Quando i sogni diventano realtà: #Inspiration è un marchio

Oggi vi racconto una storia: la storia dei sogni che si realizzano in una fredda giornata di aprile in compagnia di una bimba di appena 12 mesi.

Ho iniziato a pensare a #Inspiration quando lei abitava ancora nel mio pancione e averla messa al mondo è stato tutto tranne che un deterrente per portare a temine la realizzazione del progetto.

#Inspiration nasce per accompagnare tutti coloro che hanno scelto, o sceglieranno, di fare il mio stesso lavoro: la Blogger. La maggior parte delle persone continuerà a non considerarlo un lavoro ma io e i miei colleghi sappiamo benissimo che non è così. Anzi, in molti casi, occupa più tempo e richiede più energie di un impiegato che, dietro la sua scrivania, fa le sue 8 ore di lavoro tranquillo e rilassato.

Il Blogger deve:

  • pensare al suo sito web;
  • pensare alle grafiche;
  • fare delle belle fotografie;
  • restare sempre aggiornato;
  • fare rete;
  • scrivere bene;
  • pensare alla SEO;
  • partecipare agli eventi;
  • interfacciarsi con le aziende;
  • pensare a vendere la propria bravura;
  • e tanto, tantissimo, altro ancora.

#Inspiration nasce per assecondare le esigenze quotidiane dei Blogger e superare le difficoltà legate alla pianificazione, all’organizzazione e alla formazione.

Nella pagina di #Inspiration – l’unico progetto completo per i Blogger nonché nella Fanpage di Facebook, puoi trovare tutte le informazioni dettagliate.

Se vi va, potete anche guardare questo video:

Tutto questo, però, non poteva avere un inizio senza la sua ufficialità: oggi, 23 aprile 2019, ho depositato il Marchio e qui sotto trovi la storia della mia travagliata mattina che si è conclusa con una gioia in più!

Ore 10.30, appuntamento in Camera di Commercio.

Devo andarci con Iris perché il marito è a lavoro e i nonni sono troppo lontani per aiutarmi.
Metto la sveglia all’alba per lavorare qualche ora prima che tutti si sveglino. Il virus intestinale non è ancora passato: prendo una tachipirina e fingo di star bene.
Sveglio Iris, giochiamo un po’, cantiamo a squarcia gola frasi senza senso e verso le 9:30 siamo pronte per uscire.
Il tempo è grigio, piove forte e nella mia testa rimbomba la possibilità di rinviare l’appuntamento. “Se non lo fai oggi, slitterai ai primi di maggio. Ti conviene andare!” mi consiglia il marito, l’unico al mondo che riesce a influenzare le mie scelte, e mi convince.
Esco di casa un’ora prima calcolando tutti i possibili inconvenienti ma, appena chiusa la porta, a Iris viene un’irrefrenabile voglia di latte. Ci spogliamo, acquietiamo la coccinella e proviamo a uscire di nuovo.
Appena arrivate in macchina mi accorgo di aver lasciato il suo pupazzo preferito sulla mensola dell’ingresso. E via, saliamo al quinto piano con 10 kg di dolcezza in braccio e un dolore alla schiena che manco dopo 20 serie di dorsali in palestra.
Sembra tutto tranquillo, ha smesso anche di piovere.
Entriamo in macchina e tra clacson, semafori rossi e mille canzoni di “Coccole Sonore” rivisitate e canticchiate all’erede, arriviamo a destinazione.
Strisce bianche manco col binocolo, allungo il tragitto e arrivo in un parcheggio a pagamento. 
Iris ha raggiunto i 20 minuti di tolleranza e scelgo di giocarmi il bonus del pacco di fazzoletti che mentre parcheggio e esco il passeggino sono tutti sbriciolati nella macchina. Poco male. Il peggio deve ancora arrivare.
Inizia a diluviare. Forte. Per non stare sotto la pioggia ad aspettare la quiete, prendo la bimba, la metto nel passeggino e le monto il parapioggia in plastica. Mentre cerco di capire come si blocca io sono fradicia. Di sudore e di pioggia. Ma non fa nulla: l’importante è che Iris sia coperta. Manco il tempo di pensarlo e di chiudere la macchina che aveva capito come togliere il parapioggia ed era a testa in sù a sorseggiare l’acqua del cielo.
Dovevo ancora pagare il ticket per il parcheggio, non dimenticare i documenti in macchina, non lasciare i suoi giochi preferiti e cercare di salvare la mia immagine con un lembo di ombrello che di lì a poco ha deciso di farsi trasportare lontano da me per seguire una folata di vento. Nel frattempo la gente era lì che guardava e si faceva una risata: “guarda quella bimba, che bella che è!”. È lì che ho iniziato a nominare tutte le parolacce in aramaico antico che conosco: alla gente, al marito che mi aveva influenzata e all’ombrello, da quel momento denominato #mortaccisua!
300 metri a piedi e siamo arrivate, raggiungo l’ufficio e la tipa mi accoglie dicendo “ha smesso di piovere, vero?” ed è così che, ancor prima di iniziare, ha acquisito di diritto lo stesso nome dell’ombrello.
Mentre Iris mangia un biscotto, mi destreggio tra le firme, le domande della tipa e una ventilata possibilità di riprendere un appuntamento per un foglio mancante. Ma manco per niente. A costo di pranzare e cenare insieme, non vado via senza il risultato.
Arresa dinanzi alla mia volontà, la tipa pensa alla pratica mentre io canticchio “baby shark” alla mia bimba completamente bagnata, tanto quanto me.
Iris cerca di attrarre la sua attenzione salutandola ogni 10 secondi ma la tipa non se la fila proprio e continua a guardarci stranita come se non avesse mai visto una mamma e una figlia inzuppate d’acqua che, nonostante ciò, continuano a cantare come se fosse tutto un gioco. 
“Lo so, siamo oggettivamente strane ma è stata una mattinata particolare” le dico per rubarle un sorriso che manco per niente. Mi rassegno e attendo la chiusura della pratica che arriva di lì a poco. 
In quel caos calmo realizzo di aver appena firmato un documento che dava inizio al mio sogno e sospesa su una nuvola rosa, saluto la tipa e vado via.

Ora Iris dorme e io credo di avere qualche linea di febbre ma ho tra le mani il mio Marchio.

Auguri a me, alla mamma che deve cavarsela a ogni costo e auguri al mio sogno: #Inspiration ora sei realtà! ♡

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